mercoledì 2 dicembre 2015

L'araba fenice Hibu, il birraio: "Devo ringraziare le beerfirm se oggi sono qui"

E' la storia di una scommessa vinta, quella di Raimondo Cetani (letto Cétani) e del suo Birrificio Hibu. E' la parabola dell'informatico che insieme ai due soci Tommaso Norsa e Lorenzo Rocca decide di mollare i computer per elevarsi dallo stato di homebrewer a quello di birraio e che ora è proprietario di tre locali ed è al terzo trasloco dei suoi impianti, che passando da una sede all'altra continuano ad ampliarsi. Una scommessa vinta anche un po' rocambolescamente, a dire il vero: Cetani deve, infatti, "ringraziare" il produttore di vino (folgorato sulla via di Damasco) che cercava qualcuno che producesse la sua nuova linea di birra e che l'ha convinto a spiccare il grande salto garantendo abbastanza lavoro da coprire l'investimento. Poi invece s'è tirato indietro lasciando Hibu in un mare di guai. 

"Devo ringraziare (e in questo caso il verbo non è usato ironicamente, ndr) le beerfirm se oggi sono qui", ha rivelato Cetani, raccontandosi durante l’evento mensile #BirraioInSalotto al Baladin Milano. "Dopo otto mesi di lavoro il nostro committente si è reso conto che la birra artigianale non era il vino... - ha continuato con un sorriso amaro - Era il 2012, avevamo prodotto solo 7mila litri in tre mesi, avevamo un'ipoteca sulla casa e ci ritrovavamo con mezzo milione di debiti. E' stato drammatico, ma siamo riusciti a risollevare la testa: sono andato a cercare quelli che, come me all'inizio, volevano far birra pur non avendo un impianto di proprietà. E nei successivi nove mesi abbiamo brassato 120mila litri".

Se in quell'avventuroso 2012 le beerfirm sono arrivate a quota 70%, oggi rappresentano solo il 10% della produzione del nuovo impianto di Burago Molgora (prima Hibu è stato per anni a Villanova di Bernareggio e prima ancora ha iniziato a Cornate d'Adda). "Le mail degli hombrewers che chiedono un preventivo in genere finiscono nello spam... - ha sorriso Rai - No, nel senso che anche la beerfirm deve avere un minimo di progettualità, come noi quando andavamo a brassare da Manerba e Bassa Bresciana: se non ci fossero stati loro, non saremmo potuti nascere e non avremmo imparato tanto di ciò che sappiamo oggi. Nelle firm c'è chi vuol fare solo business, chi lo fa senza sapere bene nemmeno perché, e chi ha un progetto e magari un birrificio lo aprirà davvero".

Cetani con Alessio Franzoso di Baladin
La storia di Hibu nasce in un garage. Cetani come Bill Gates, insomma, entrambi informatici, ma con un diverso destino. “Sono cresciuto a Monza, ma le mie origini si dividono fra il Sud Italia e il Belgio, dove infatti sono stato sovente, negli anni, facendo la conoscenza di un mondo birrario che qui fino a pochi anni fa non esisteva minimamente. Curiosa coincidenza, da universitario nel ‘96 ho partecipato all’inaugurazione del Birrificio Lambrate di Milano (uno dei primi cinque d’Italia, ndr): a fine anni Novanta ho preso il primo kit di Mr.Malt, poi il primo impianto da 30 litri nel box a Cornate, nel 2007 la nascita dell’etichetta come beerfirm (tra le prime in Italia), nel 2008 il primo capannone e nel 2011 il trasferimento a Bernareggio. Da aprile, infine, Burago".

Raimondo Cetani al centro. Alla sua destra Patrizia Formenti (marketing) e Giuseppe Ferrario
(grafiche), a sinistra il socio Tommaso Norsa di Milano e il nuovo acquisto Laura Pirovano
(che passa dal laboratorio di Baladin a Piozzo a quello di Burago, tornando nella sua Brianza).
Non era presente infine il terzo socio del birrificio, l’agratese Lorenzo Rocca
Ma nonostante i successi (tra cui due locali “Impronta birraria” a Milano e “Hibu on tap” a Concorezzo, ma ne nascerà un quarto a Copenhagen), a Raimondo Cetani proprio non va giù il “Cerchio magico” del mondo della birra artigianale italiana. Vale a dire quel ristretto novero di birrifici ed esperti, in genere sempre quelli, che ruotano sulla scena nazionale ormai da anni, senza alcun ricambio e a volte anche senza particolari meriti. “E’ un mondo viziato e vizioso - è stato lo sfogo del birraio - Che ha pregiudizi sui birrai, sui birrifici, sulle birre, sulle etichette… è un continuo. Agli eventi si invitano sempre i soliti. Parlando proprio con Teo Musso facevamo fatica ad arrivare a 30, elencando i birrifici italiani che superano i 2mila ettolitri (Baladin, Borgo, Ducato, Brewfist, Toccalmatto, Elav, Hibu e via dicendo), ma la quantità non può essere un parametro assoluto: ho conosciuto di recente i ragazzi - bravi - di un birrificio trentino che fa 1500 litri e che nessuno si fila, per esempio”. Insomma, non guasterebbe più attenzione alla qualità senza preconcetti e meno alla nomea, fra gli 800 e passa marchi nazionali (il 30% sono beerfirm, come confermato dall’esperto Marco Tripisciano di MondoBirra.org, presente in sala).

(Storico "gemellaggio" fra MondoBirra.org e BirraNotizie.it)

venerdì 20 novembre 2015

1.150 alberi donati da Carlsberg Italia alla Lombardia

Carlsberg Italia ha donato alla Lombardia 1.150 nuovi alberi. È questo il lascito concreto dell’esperienza dell’azienda a Expo 2015, frutto del progetto l’Orologio degli Alberi. Ideata in collaborazione con Legambiente Onlus e IEFE Bocconi, l’iniziativa ha permesso di rendicontare la quantità esatta di CO2 non immessa nell’atmosfera durante i 6 mesi di manifestazione universale, grazie all’utilizzo in Piazzetta della Birra di DraughtMasterTM, l’innovativo sistema di spillatura che elimina l’utilizzo di anidride carbonica aggiunta evitandone la dispersione nell’ambiente.


L’Orologio degli Alberi - “per dirla facile” – aveva l’obiettivo di trasformare la birra spillata in alberi secondo la formula certificata EPD (Environmental Product Declaration) 3 fusti = 1 albero. Così, sulla base delle 350.000 birre spillate nell’arco dei 6 mesi di Expo 2015 (l’equivalente di -25.000 kg di CO2), 1.150 alberi prenderanno dimora in Lombardia. Desio (Mb) è la città che riceverà la donazione in alberi più cospicua e con la loro piantumazione Carlsberg Italia contribuirà alla costituzione di un bosco diffuso prossimo alle città per circondarle di un polmone verde che le faccia vivere e respirare.

Birre artigianali italiane, bene alla spina e male in bottiglia?

Che si parli di pub ferrati in materia di birre d'eccellenza (insomma, non i finti pub anni Novanta stile Regno Unito con tre linee industriali e forse giusto la Beck's in bottiglia) oppure di beershop evolutisi con la mescita alla spina, il confine è davvero labile. Il concetto è che, in Italia, restano relativamente pochi (soprattutto a seconda delle zone geografiche) i locali pubblici in cui gli appassionati del genere (chiamateli beergeek, chiamateli beernerd o come diamine vi pare) trovano davvero soddisfazione. Poche "oasi felici" in cui trovare bottiglie tali da far scattare una trance agonistica pari solo a quella "antologica" tipica dei collezionisti, oppure birre alla spina degli stili più disparati in grado di dissetare anche le gole più pretenziose.


Parlando con alcuni gestori, negli ultimi tempi, mi sono imbattuto in un curioso fenomeno. Una tesi, meglio una tendenza - ancor tutta da verificare - che però affonda le radici in sensazioni avvertite non proprio dal primo che passa per strada, ma per primi dagli addetti ai lavori. Ovvero: la birra artigianale italiana va benissimo alla spina e male in bottiglia, le birre d'importazione invece se la cavano egregiamente in bottiglia senza far brutta figura neppure alla spina. Questo in generale - attenzione - facendo cioè una media a maglia larghissime fra ormai migliaia di etichette sul mercato.


Statistiche o dati è difficile produrne, ma chi sta dietro il bancone generalmente sa fare il suo mestiere. E per coloro per i quali questa è molto più che una sensazione, le interpretazioni sono comunque molteplici. 
C'è chi pensa che a far la differenza siano vicinanza e "noblesse": vale a dire che chi gusta non così frequentemente birre particolari (anche nel prezzo), potrebbe pensare che valga maggiormente la pena puntare su etichette d'importazione ("Tanto quella italiana l'abbiamo qua quando vogliamo", l'eccentrico ragionamento). 
Ma c'è anche chi la mette meramente sul piano della "scaffalatura": fate un po' il conto... 800 birrifici, almeno (ma proprio almeno) 3 tipologie ciascuno, obiettivamente star dietro alle produzioni nostrane, pur scremando non è semplice (forse meno difficile discernere fra le etichette estere, in questo senso importate con una varietà necessariamente più selezionata). 
O infine c'è chi ne fa una questione non di provenienza ma di qualità: la tesi è che in fusto le birre non arrivino ancora a sviluppare infezioni e "off flavours" generalmente più diffusi nelle distribuzioni in bottiglia (in questo senso a far la differenza sarebbe quindi la capacità del birrificio di lavorar bene).

Ai poster l'ardua sentenza...

giovedì 12 novembre 2015

Camionisti musulmani si rifiutano di trasportare birra: licenziati e risarciti con 240mila dollari

Questa è bella. Ve la faccio breve: due camionisti musulmani sono stati risarciti con ben 240mila dollari (circa 220mila euro) per esser stati licenziati dal loro datore di lavoro dopo essersi rifiutati di trasportare birra.


Insomma, praticamente due "obiettori di coscienza" nel nome di Maometto. E una giuria dell'Illinois (Usa) ha persino dato loro ragione, avallando la tesi della "discriminazione religiosa" sostenuta dai due cittadini americani di origine somala.

Non aggiungo altro, che è meglio.

giovedì 5 novembre 2015

C'è anche il birrificio Menaresta made in Brianza tra le "Storie d'impresa for Expo"

E se tra le eccellenze artigiane di Monza e Brianza ci fosse anche un birrificio? Più che un'ipotesi, una realtà quella del birrificio Menaresta di Carate Brianza che ha trovato giusta collocazione tra le pagine di “STORIE D’IMPRESA FOR EXPO. Un percorso che dà gusto: il bello e il buono del saper fare”. 

La copertina del volume
Il volume è stato presentato nell'ultima settimana di EXPO2015. Promosso da APA Confartigianato Imprese, Parco Regionale Valle del Lambro, con il patrocinio di Regione Lombardia, il progetto editoriale ha lo scopo di presentare ai lettori otto case history esemplari di PMI artigiane, in particolare del comparto alimentare e manifattura a basso impatto ambientale.

Menaresta, la cui prima "cotta" ha visto la luce nel 2007, è noto in tutta Italia e in Brianza è una vera istituzione tra gli amanti delle artigianali. I nomi sono quelli dei luoghi e dei simboli di questa terra e allora la Bevera è "come l'acqua del Lamber", Scighera è la nebbia che bagna le barbe e la Pan-neghar è pane liquido, ma di quello scuro, di quello buono.

Molti premi vinti dal birrificio gestito da Enrico Dosoli e da suo cugino Marco Rubelli, e oggi arriva anche questa citazione nel libro degli artigiani per Expo che premia la volontà di questi imprenditori di continuare a credere in un prodotto non industriale e genuino.  

Matteo Speziali per BirraNotizie

domenica 25 ottobre 2015

Ritorna a Milano l’Italia Beer Festival Pub Edition

Dopo il successo dell’anno scorso ritorna a Milano l’Italia Beer Festival Pub Edition

“L’edizione dello speciale IBF dedicato ai pub è piaciuta tantissimo al pubblico – spiega Paolo Polli, ideatore della manifestazione che, nella sua versione originale prosegue da ormai da oltre dieci anni – e gli stessi publican, i gestori dei locali, sono contenti di potersi ripresentare agli appassionati milanesi (ma non solo) oltre che di conoscersi meglio l’un l’altro per scambiarsi idee e opinioni in merito alle rispettive realtà lavorative”. 

Paolo Polli con il "Monarca" del Lambrate Giampaolo Sangiorgi
I grandi numeri della prima edizione 2014 hanno costretto l’organizzazione a cambiare location: sempre agli East End Studios ma allo Studio 90, (e non più allo Spazio Antologico) il che vuol dire tre padiglioni anziché uno. Il weekend quest’anno sarà quello dal 13 al 15 novembre e la formula sarà sempre la stessa: alcuni dei migliori pub e publican d’Italia che porteranno al pubblico dell’IBF Pub Edition le loro birre preferite, rigorosamente artigianali. Birre provenienti da tutto il mondo, prodotti anche di nicchia, di certo tutti prodotti straordinari.

martedì 20 ottobre 2015

In una sola persona, tutta la storia della birra artigianale italiana

Quando parla del movimento che ha contribuito a far nascere, si mostra quasi incredulo, oggi, Lorenzo Dabove. A metà degli anni Novanta sarebbe stata fantascienza preveder ciò che sta accadendo oggi nel mondo della birra, soprattutto in Italia. Fantascienza a livelli ben più estremi rispetto al personaggio dell'alieno portato in scena dall'esperto birrario - e attore per vocazione - che gli ha regalato il soprannome col quale è universalmente conosciuto fra gli appassionati, ovvero Kuaska.

Beersommelier, beerteller, storico della contemporaneità del pianeta birra, massimo conoscitore del settore a livello nazionale. Così è universalmente riconosciuto Dabove, che in "Kuaska One Man Show" in agenda sabato 31 ottobre prossimo alla Fiera Mastro Birraio di Pordenone, ripercorrerà la storia  del movimento artigianale dagli albori ai giorni nostri ("Dalla prima birra a fine anni 70 sino all'idolatria cui oggi sono sottoposto...").

Passato, ma non solo. Perché la birra artigianale mai come oggi si trova ad affrontare un passaggio critico. E', infatti, notizia recente il matrimonio fra SabMiller e Ab Inbev, supercolosso multinazionale in grado di controllare quasi il 31% del mercato mondiale con oltre 350 differenti etichette. Un gigante rispetto al quale i 30 milioni di litri l'anno realizzati da quasi 700 microbirrifici italiani (900 beerfirm comprese) fanno il solletico, in un'ottica di Mercato.

Una fusione che sa di attacco diretto a un trend emergente, perché se universalmente la domanda è in calo ovunque così come i volumi (crollati del 10%), "craft" resta sinonimo di una tendenza in crescita un po' d'appertutto. Rafforzarsi, insomma, anche per ovviare con un offensiva soprattutto quantitativa, secondo alcuni, a una carenza strutturale, ovvero siti industriali progettati per la produzione di grandi volumi a basso costo, ma fisiologicamente inadatti a produrre birre di nicchia in grado di fare concorrenza alle artigianali.

"In Italia c'è un tipo nuovo di consumatore - chiosa Kuaska - 'Perchè questa birra ha un sentore di caffè o di ciliegia?' Ogni volta che mi sento rivolgere un perché, per me è un trionfo. In una birra industriale non chiedi mai perché, la tracanni e basta... Il consumatore è diventato esigente, un dato molto positivo".

venerdì 16 ottobre 2015

Per un mese ha fatto a meno di zucchero e birra

Sacha Harland ha 23 anni ed è un artista olandese. Ultimamente è diventato famoso per essersi prestato a un esperimento che l'ha in qualche modo catapultato anche fra i trend delle cronache birrarie. Per un mese ha fatto a meno di zucchero e birra.


Un'inizio in salita, il suo. Nei primi giorni la "cavia" è risultata, infatti, particolarmente scontrosa ed irritabile. Verso la fine dell'esperimento però la voglia di dolci era sparita del tutto, Sacha s'alzava più facilmente la mattina, era dimagrito di otto chili, aveva ridotto il colesterolo dell'8 per cento.


Beh, sai Sacha, io già non mangio dolci...

giovedì 15 ottobre 2015

Craft o non craft? Un dubbio amletico tipicamente italiano

In Italia c'è un solo corso universitario specificamente riservato alla Tecnologia della birra. E' nato nei lontani anni Ottanta e a tenerlo ormai dal 1994, alla Facoltà di Agraria di Udine, è Stefano Buiatti (nella foto, gentilmente concessa da Mondobirra.org). Professore, ma anche appassionato e, a tutto tondo, fra gli esperti di settore "top" che si contano sulle dita delle mani, nel nostro Paese.

Il professor Stefano Buiatti
Cultore, docente e tecnico, insomma. Soprattutto con un approccio schietto e razionale, lontano da pregiudizi "ideologici" di cui è molte volte intrisa la scena brassicola. Potrà rendersene conto chi avrà la fortuna di seguire il suo laboratorio "Dal campo al bicchiere" in agenda il 24 ottobre prossimo alla Fiera Mastro Birraio di Pordenone: sotto i raggi X, la filiera di un processo.

Sarà proprio questo il punto di partenza. E', infatti, un'anomalia del tutto italiana -  secondo il Buiatti-pensiero -  la dicotomia quasi manichea fra artigianale e industriale, bello e brutto, giusto e sbagliato, qualità e porcheria. Un approccio semplicistico e il più delle volte forzato, secondo il docente ("Io credo in primo luogo nel prodotto di qualità, da qualsiasi parte arrivi"), perché non è affatto automatico che artigianale significhi qualità.

Né che valga il contrario, ca va sans dire, ma il problema lungo lo Stivale è fisiologico a un peculiare assetto del sistema: da un lato fabbriche nella concezione più classica del termine, che arrivano a sfornare fino a 100mila litri all'anno della più standard delle tipologie di birra (la classica lager), dall'altro realtà con un'infinita varietà di stili nella faretra, eppure nella gran parte dei casi così piccole da non superare i mille litri

Una spaccatura così profonda non poteva non lasciare il segno, in un Paese ancora indietro anni luce in termini di Cultura brassicola ("In Belgio - dove fra l'altro il problema delle due tifoserie, craft e no craft, non se lo pone nessuno, ndr - vi sono sì realtà industriali, ma anche produttori di medio livello in grado di produrre 10, 20, anche 60mila litri l'anno", spiega Buiatti).

Insomma, se l'artigianale riuscisse a "rubare" dai processi della grande industria più "tecnologia" (potendoselo economicamente permettere), potrebbe raggiungere una qualità anche superiore (e lo testimoniano a dire il vero birrifici ambiziosi avventuratisi negli ultimi anni sul terreno della produzione isobarica, per dirne una). Un esempio? "Va bene la non pastorizzazione, ma nelle artigianali non avrei nulla in contrario se si facesse maggiormente uso della filtrazione. Troppo spesso si sentono note di lievito in alcune birre artigianali che, troppo accentuate, snaturano e sviliscono il prodotto", rileva il professore.

giovedì 8 ottobre 2015

Aria di crisi anche per l'Oktoberfest: 400mila visitatori in meno

Tempi difficili anche per l'Oktoberfest di Monaco. L'edizione numero 182 conclusasi domenica 5 ottobre ha fatto registrare un calo in termini di visitatori da 6,3 milioni del 2014 a 5,9 nel 2015. Comunque 7,3 milioni di litri di birra spillati, tanto da far gridare al successo gli organizzatori, eppure un segno dei tempi. Non senza qualche ombra in più rispetto al passato.


Numeri comunque lontani rispetto ai 5,5 milioni di visitatori del 2001, subito dopo l'attacco alle Torri gemelle. Eppure 400mila litri in meno spillati restano un fattore sul quale gli organizzatori dovranno fare i conti. Nonostante la minore affluenza abbia fatto registrare anche un numero minore di reati (1191 invece dei 1290 dell'anno precedente), così come i casi di coma etilico (628, ovvero 72 in meno rispetto all'anno precedente).

Meno sostanza, ma più apparenza forse, se si considera la sempre nutrita carrellata di Vip, dal tennista Boris Becker, ad attori come Elyas M'Barek o modelle come Franziska, fino ai calciatori del Bayern Monaco o alla biondìissima Sophia Wollersheim ripresa con due boccali di birra contemporaneamente in bilico sul proprio generoso decolletè. 

E in ogni caso, l'Oktoberfest si conferma alveo ideale dei brevetti: più di 2000 all'interno delle tensostrutture: leader quelli per la spillatura i rubinetti di birra (ben1813).

mercoledì 7 ottobre 2015

Il primo prestigiatore al mondo con iPad e birra

Dista anni luce - letteralmente - da Harry Houdini. Ma pur sempre mago è. Simon Perro, da Monaco di Baviera, è infatti il primo prestigiatore al mondo che invece di carte da gioco, conigli e cilindro usa... l'iPad per dar vita alle sue magie.


E data la provenienza, non poteva esimersi dal coniugare uno dei suoi numeri con la quintessenza stessa della Baviera: la birra. Che l'illusionista fa spillare direttamente dal suo tablet al quale ha appiccicato un'improbabile spina "a ventosa".


Che volete che vi dica... va beh, è una cavolata! Però è simpatico ;)

Invenzioni brassicole: il growler pressurizzato che conserva meglio la birra

Tutti quanti voi hanno provato a portarsi a casa della birra alla spina sanno bene come funziona. Che sia un pub, un birrificio con tap room o qualsiasi mescita in grado di spillare della birra infustata, l'unica soluzione è quello che gli americani chiamano "growler", vale a dire un "boccione"  in vetro dotato di tappo a pressione e di una guarnizione spessa un dito, in genere capace di contenere da uno a qualche litro di bevanda.

Se il publican o il birraio sono onesti, si premureranno di spiegarvi che la birra da voi scelta andrà tenuta in fresco e bevuta a stretto giro, massimo entro un giorno o poco più. Perchè il problema è l'implacabile ossidazione: spillando, la birra si mescola inevitabilmente all'aria e anche il birraio più meticoloso, quello che vi riempirà il growler fino all'orlo, quasi "sotto vuoto", non potrà far granchè per sovvertire le leggi della chimica.


Eppure, alla GrowlerWerks di Portland, Oregon, ora si sono inventati uKeg, un growler pressurizzato. Eureka! O meglio, ne sono convinti gli inventori d'aver creato il primo growler davvero in grado di mantenere la birra fresca (organoletticamente) e fredda (dal punto di vista della temperatura). Dopo aver stampato un prototipo di plastica e auto-finanziato il progetto per 80mila dollari, Shawn Huff, Brian Sönnichsen, Evan Rege e Chris Maier hanno lanciato una campagna di crowdfunding su Internet raccogliendo in poco tempo 10mila sostenitori e un milione e mezzo di finanziamenti.

Tecnicamente, uKeg è fatto in acciaio inox, ha una doppia intercapedine isolante (più o meno come nei termos), un rubinetto estraibile per la spillatura (ma è allo studio anche una versione più semplice, senza) ed è in grado di regolare la pressione grazie a "cartucce" di anidride carbonica per alimenti. Ed è - assicurano - facile da smontare e pulire. Però non sarà prodotto in Usa, ma... in Cina (evviva il patriottismo brassicolo). Dovreste trovarlo a breve in vendita su Growlerwerks.com e Amazon: provateci, se volete, anche se dubito che ve lo spediranno in Italia.

venerdì 2 ottobre 2015

A Pordenone... non è tutto "craft" quello che luccica

"In principio, 'artigianale' era sinonimo di qualità. Poi, poi viste le praterie aperte, i bisonti si sono lanciati per mangiare l'erba". Forse proprio così domenica primo novembre Paolo Erne darà il via alla sua lectio dal titolo "Artigianale sì, artigianale no" in programma alla Fiera Mastro Birraio di Pordenone (dal 23 al 25 ottobre e dal 30 ottobre al 1 novembre). Una spiegazione pratica per sapersi muovere nel mutevole mondo delle produzioni non industriali d'oggi a cura dell'esperto brassicolo, fra i primi homebrewer d'Italia e oggi consulente di diversi microbirrifici, nonchè fondatore del noto gruppo Facebook "Accademia delle Birre" (così chiamato in onore del maestro Franco Re, a sua volta fondatore nel 1997 dell'Università della Birra di Azzate).

"La crescita tumultuosa di troppe realtà ha portato ad un panorama, a livello di mercato, fatto di birre troppo simili fra loro e spesso troppo luppolate, non per sapienza o convinzione, ma solo per moda": il mastro triestino, "guru" delle birre acide, accompagnerà gli spettatori in un viaggio virtuale per far capire che non è tutto "craft" quello che luccica. "Ma è moda o il movimento si è ormai stabilizzato ovvero 1000 o non più mille birrifici? - ha continuato l'esperto giuliano - Bisognerebbe interrogarsi soprattutto sui consumi totali, se crescono o calano o se in realtà siamo ancora inchiodati sui soliti 31 litri pro capite/anno ormai da decenni".

Un'analisi a 360 gradi delle principali differenze fra industriali, craft o ancora "crafty" (le linee simil-artigianali lanciate negli ultimi tempi dai colossi dell'industria): "sintomo di paura delle industrie o desiderio di coprire un mercato che sta virando verso i microbirrifici?", provoca sibillino Erne. E poi consigli utili su come comperare bene e dove (nella grande distribuzione al beershop o sul Web) e un raffronto con la realtà degli altri Paesi.

lunedì 28 settembre 2015

Simulare gli effetti nefasti del petrolio con la... birra scura

Come simulare gli effetti nefasti del petrolio su un corso d'acqua? Ma con la birra scura, naturalmente!

Questa l'idea di un gruppo di ambientalisti del Quebec, Canada, che un'esperimento a base di malti tostati l'hanno messo in cantiere per amore del fiume dal quale prende il nome anche la loro città, ovvero Matapedia, nella penisola i Gaspé, poco sopra il Maine e il confine americano.

Una zona dove le contestazioni in tema d'ecologia sono all'ordine del giorno e dove sorvegliata speciale è una società ferroviaria locale accusata d'aver scaricato nel fiume 6.000 tonnellate di roccia per combatterne l'erosione degli argini. Roccia però "non lavata", quindi "sporca" di residui ferroviari nocivi fra cui il petrolio, che avrebbero addirittura messo a repentaglio il delicato ciclo di riproduzione del salmone atlantico.

venerdì 25 settembre 2015

La vittoria di Pirro della Cina: primo mercato per la birra, pochi profitti

E' la vittoria di Pirro della Cina. Vale a dire, un successo zoppo, per certi versi.

Da ormai alcuni anni la Cina è il primo mercato al mondo in termini di produzione e consumo di birra. Attorno ai 50 milioni i chilolitri di birra prodotta, il doppio degli Usa, per intenderci.

Eppure è difficile fare business, nella terra del Dragone. Così almeno sostiene il gigante SABMiller: la Cina rappresenta un quarto dei volumi di birra del mondo, ma solo il 3% del profitto globale.


Un esempio? La birra più venduta al mondo, la Snow (di cui Sab è comproprietaria), secondo la Deutsche Bank ottiene solo il 2% del suo utile operativo dalla Cina, dove la concorrenza vede primeggiare in larga parte invece il colosso multinazionale concorrente AB InBev (anche se nell'aria c'è una possibile fusione fra i due), Tsingtao Brewery Co., Pechino Yanjing Brewery Co e Carlsberg.

mercoledì 23 settembre 2015

Un portale per far conoscere (in Germania) le birre locali tedesche

Lo sapevate che in Germania ci sono 1300 birrifici, ma che all'80% hanno un mercato locale o al massimo regionale?

Per questo ora è nato BierSelect.de, un portale online nato in terra teutonica per far conoscere, entro i confini nazionali, le produzioni artigianali e non a diffusione limitata e quindi spesso semi-sconosciute.


La piattaforma è stata lanciata all'inizio del mese di agosto: 50 fabbriche di birra e più di 150 birre differenti per iniziare. Ce n'è davvero per tutti i gusti e i portafogli.

Peccato solo che una delle condizioni del portale sia: "Le consegne saranno effettuate in linea di principio solo in Germania"...

venerdì 18 settembre 2015

Lattine di birra giganti, "metallare" e... a colazione

Un post di stranezze birrarie declinate nel mondo delle lattine.


La prima è una linea di nuove maxi-lattine lanciata nello Utah da Wasatch breweries, che ha deciso di inciccionire la classica misura da 33 cl battezzando un formato finora davvero inusuale negli Usa.

Poi c'è la lattina celebrativa della metal-band per antonomasia, i Metallica. Prodotta dalla canadese Labatt con marchio Budweiser, sarà una linea celebrativa limitata alla sola nazione dell'acero rosso e prodotta in soli 91mila esemplari.


Infine, come non farsi mancare una lattina di birra a colazione? L'idea  è stata della Wheaties, colosso dei cereali, che ha creato una birra per accompagnare i propri corn-flakes a colazione. La "colazione dei campioni", verrebbe da dire...

mercoledì 16 settembre 2015

In Veneto il solo evento brassicolo dove assaggiare le birre fatte in casa

E' un evento unico nel suo genere, per gli appassionati di birra di qualità e in particolare per quelli con il pallino della birra fatta in casa. Intanto all'Expo di Brasseria Veneta sono gli organizzatori dell'omonima associazione culturale a scegliere e invitare uno per uno i birrifici ad essere presenti con un loro stand. In più, si tratta del solo Expo brassicolo nel quale gli homebrewer partecipano portando le loro birre da far assaggiare agli avventori. E un'altra caratteristica della kermesse è la beneficenza: tutto il ricavato è devoluto ad associazioni solidali come la Lega tumori (Lilt Treviso) e "Un giorno per Emma" e per un ponte con l'Africa attraverso l'adozione a distanza.

"Tengo a sottolineare che siamo del tutto autonomi e che riusciamo a dar vita alla tre giorni con le sole nostre forze - ha spiegato il presidente di Brasseria Veneta Antonio Di Gilio detto "Doc" (è infatti un vero medico, oltre che appassionato homebrewer )- Per noi è un fatto importante. La nostra non è una sagra, nè una festa, nè una fiera: l'obiettivo è promuovere la Cultura brassicola a tutto tondo. Ad esempio attraverso laboratori come quello tenuto da Nicola Coppe sui lattobacilli (ma in tema di birre acide avremo anche la presenza dell'esperto Paolo Erne e un'area dedicata, oltre a un focus sull'affinamento in botte), o la lezione-flash per imparare i rudimenti della birra fatta in casa, o ancora le degustazioni di birre con abbinamenti di pasticceria, cioccolata e formaggi di malga. Quanto agli homebrewers, il concorso in primis, ma anche una novità: i mastri birrai presenti hanno fatto da tutor agli amatori, dando la ricetta di una loro birra da 'clonare' in versione domestica e assistendoli durante la produzione. Ne vedremo (e assaggeremo) delle belle, insomma".

EXPO UNA BIRRA PER TUTTI - 6ª edizione si svolgerà il 26-27 SETTEMBRE 2015 a VILLORBA di Treviso.

martedì 15 settembre 2015

Dipendente in contrasto col birrificio apre le valvole e lo allaga

Accadono cose singolari, a volte, nei birrifici. Come nel caso del Wanaka Beerworks di Wanaka, Nuova Zelanda, dove un dipendente in contrasto con la filosofia gestionale dei propri capi ha deciso di mettere in atto un'estrema forma di protesta. Si è introdotto nottetempo nel birrificio e ha aperto le valvole dei fermentatori allagandolo con ben 12mila litri di birra. Un danno quantificato in circa 80mila dollari che è costato al 53enne protagonista del blitz una multa di 26mila dollari e una condanna a 400 ore di lavori socialmente utili.

sabato 12 settembre 2015

Trenta locali dove bere birra di qualità sotto la Madonnina durante la Milano Beer Week

30locali30 pronti per la Milano Beer Week, seconda edizione del primo "festival birrario diffuso" in città, ideato dal giornalista Maurizio Maestrelli, andrà in scena dal 21 al 27 settembre per avvicinare al mondo delle birre il pubblico milanese.

Tutti riconfermati quelli della scorsa prima edizione, ovvero lo storico birrificio milanese Lambrate, sia nella location di via Adelchi sia in quella di via Golgi, e ancora il Lambiczoon, Baladin Milano, Pazzeria, La Belle Alliance, la Brasserie Bruxelles, il Mulligans Irish Pub, la Ratera, l’HOP, l’Isola della Birra, il BQ de Nòtt e il BQ Losanna, lo Scott Duff, lo Scott Joplin, l’Hilton Hotel Milano e quelli che l’anno scorso erano i nuovissimi Sloan Square e Impronta Birraia

L'ideatore Maurizio Maestrelli
Impronta Birraia raddoppia, affiancando alla location di via Tucidide quella più recente di Via Sciesa. Si sono poi aggiunti l’Au Vieux Strasbourg, ben nota birreria in zona Città Studi, il Birrificio La Ribalta con il suo brewpub inaugurato appena il 20 maggio scorso e il Carolina’s

Il Woodstock Pub è una pietra miliare a Milano, della storia della birra in Italia e un pioniere del “multiculturalismo” birrario, il Beerbacco, giovane locale nella centralissima zona di Corso Garibaldi fa felicemente “convivere” birra e vino e il ristorante La Pobbia che è entrata a far parte della Milano Beer Week grazie a un’attenzione specifica verso le birre artigianali italiane che, sui suoi tavoli, possono brillantemente abbinarsi anche alla cucina tradizionale milanese come seguire un menu interamente pensato a loro. 

Al suo debutto nella Milano Beer Week c’è anche il Cheers Pub che è diventato il primo e unico locale in Italia dove trovare regolarmente, servita direttamente dal tank, la leggendaria prima pils della storia, ovvero la Pilsner Urquell, non pastorizzata. Altra importante novità di questa seconda edizione è quella rappresentata dall’ingresso del The Brew, il primo beershop (con mescita, durante la settimana 21-27), che ha aperto la strada anche a questa importante “categoria” nella Milano Beer Week. 

Infatti è stato coinvolto subito dopo anche un altro beer shop, l’Hops Beer Shop che, invece, ha già, oltre a parecchie birre in bottiglia, quattro spine e offre un servizio di piccola cucina. Infine, il The Ghost, un pub in stile inglese e accogliente come solo un salotto di casa può essere e quella che è probabilmente la prima birrifriggitoria di Milano, il Tutti Fritti, dove fritti davvero gustosi e ben fatti possono essere accompagnati a birre anche “importanti”.

giovedì 10 settembre 2015

510 tappi di birra e... il tavolo è fatto!


510 tappi di birra e... il tavolo è fatto! Questa l'idea, tramutata poi in una vera e propria opera d'arte, di un creativo internauta che ha semplicemente preso un tavolo, vi ha aggiunto una cornice attorno, ha dipinto lo sfondo di nero e poi ha giocato con i tappi di 50 diverse etichette di birra, ricoprendo il tutto con una superficie vitrea. Niente male, vero?

martedì 8 settembre 2015

Lombardia, Consiglio regionale: via libera a mozione salva-microbirrifici

Milano, 8 settembre 2015 –  Troppe tasse sulle birre rischiano di uccidere un settore nascente dell’economia come i microbirrifici, con gravi ricadute occupazionali. La preoccupazione arriva dal Consiglio regionale della Lombardia, che oggi ha approvato una mozione (primo firmatario il vicepresidente dell'assise, il lumbard Fabrizio Cecchetti), con la quale si chiede che la birra sia riconosciuta come prodotto agricolo e dunque che la filiera possa essere sostenuta e aiutata anche con le politiche comunitarie


La Lombardia è la prima regione in Italia per numero di aziende brassicole:  124 realtà tra microbirrifici e brewpub e 2 stabilimenti industriali, con circa 4,7 milioni di consumatori lombardi.  “Il settore - sottolinea Cecchetti, citando alcuni dati di Assobirra e Unionbirrai - sarebbe in grado di generare centinaia di posti di lavoro, ma l’aumento delle accise sul prodotto rende impossibile qualsiasi progetto di sviluppo e dunque taglia possibilità di occupazione". 

Tra ottobre 2103 e gennaio 2015  l'incremento è stato pari al 30%: praticamente su una birra di 66 cl si pagano 46 centesimi di accisa contro i 21,3 che pagano gli spagnoli e i 19,5 dei tedeschi. 

Allarme fra i birrai: quest'anno la carestia di luppoli americani

CARENZA DI LUPPOLI AMERICANI QUEST'ANNO: LA DOMANDA E' TROPPA E DUE RACCOLTI SONO ANDATI NON BENE: BISOGNERA' FARSENE UNA RAGIONE”.

Gino Perissutti di "Foglie d'Erba"
A lanciare l'allarme – così almeno lo considereranno i birrai e gli appassionati legati alle  tendenze brassicole più in voga negli ultimi anni – è Gino Perissutti, 43 anni, da Forni di Sopra, nella Carnia ai piedi delle Dolomiti friulane, in provincia di Udine, dove nel 2008 ha fondato il suo birrificio “Foglie d'Erba”.

E lui che le birre luppolate le conosce bene, può parlare a ragion veduta. La “bomba” l'ha sganciata esattamente sette giorni fa, ospite di una serata al Baladin Milano di via Solferino, nella quale s'è raccontato ed ha toccato i principali temi d'interesse del settore. Luppolo compreso.

Perissutti, già Birraio dell'anno 2011, ha raccontato della propria passione, sin da subito, per le birre super luppolate. “Le IPA sono birre eccezionali, ma solo se fatte bene – ha raccontato – Certo l'escamotage di alcuni sta nel coprire eventuali errori grazie alla luppolatura (non hai via di scampo se invece sbagli una pils, per esempio), ma la differenza si sente comunque”. 

Il birraio friulano negli ultimi anni ha saputo affermarsi fra i più quotati del settore. Eppure in qualche modo rappresenta una “anomalia”, se si legge la sua storia personale: nessun “imprinting” da parte di maestri della prima ondata come Teo Musso o Agostino Arioli, niente passato da homebrewer, Perissutti come si suol dire "s'è fatto da solo", ed è già considerato fra i top nonostante solo sette anni di una carriera che nell'immaginario sembra invece molto più lunga.

“Noi birrai facciamo un lavoro semplice, siamo comprimari del vero birraio, il lievito. E prima del birraio c'è il lavoro del contadino”, è la filosofia semplice del birraio dolomitico, che a Milano ha portato alcune creazioni in assaggio, fra cui la fresca e leggera Babel, la “imperiale” Freewheelin', e la triple Gentle Giant, ma non la ricercatissima acida (e fruttata) Cherry lady.

“Le acide sono difficili – ha commentato Perissutti – ti porti il 'diavolo' in birrificio! Infatti continueremo a produrle nel vecchio impianto ora dismesso, per evitare che i lieviti particolari utilizzati per questi stili finiscano per contaminare anche le altre birre. Comunque un conto è affinare in botte, un conto la fermentazione aperta: forzare la mano inoculando i lieviti in maniera non spontanea, eticamente non mi piace”.

Il birraio ha parlato anche delle “furbate” di alcuni colleghi, che a volte smaltiscono le birre infette facendole passare intenzionalmente per acide (riuscendovi pure in diversi casi), mentre sullo stesso tema anche Alessio Franzoso non ha lesinato un gossip nel finale. “A un recente festival c'era la acida di un birraio che finalmente ha azzeccato una birra buona – ha confidato il braccio destro di Musso – tanto che addirittura Kuaska pare si sia  lasciato scappare un 'Non ci credo l'abbia fatta lui'... per cui in questo mondo tutto è possibile, anche su fronti meno battuti come le acide”.

mercoledì 2 settembre 2015

Spaccia birra per "Acqua del rubinetto". Ma lui può, perché è... olandese!

E' stato denunciato all'istituto per le politiche sull'alcool dei Paesi bassi, Jan Kraan. Al birraio olandese titolare della Brouwerij Kraan di Bodegraven (a metà strada fra Amsterdam e Rotterdam) è toccato difendersi dall'accusa di pubblicizzare un prodotto alcolico come se fosse un prodotto NON alcolico.

Il tutto si gioca su un gioco di parole, per noi italiani apparentemente incomprensibile. La birra "incriminata" si chiama, infatti, "Kraanwater", ovvero "Acqua di Kraan" in riferimento al cognome del suo ideatore, ma al tempo stesso anche "Acqua del rubinetto", poichè kraan in olandese significa proprio questo!

Una mossa tanto furba che alla fine anche il giudice che si è occupato del caso è capitolato, anche se con una motivazione a dirla tutta un po' naive: "E' possibile chiamarla Kraanwater anche perché l'acqua è uno degli elementi principali della birra".

(Grazie a Riccardo Brescianini e Tessa Buckens per l'aiuto!)

martedì 1 settembre 2015

In America al supermercato trovi anche la birra artigianale alla spina

Avanti anni luce. Se in Italia il problema è semmai quello di trovare sugli scaffali birre di fascia diversa, rispetto allo standard delle lager industriali, in America ormai al supermercato si trova anche la birra artigianale alla spina.


Non ve la bevete al momento, naturalmente, ma riempite il vostro "growler", ovvero il "boccione" con tappo a pressione riutilizzabile, che vi portate da casa. La mossa è della catena Kroger, per differenziarsi dalla concorrenza e intercettare il bacino d'acquirenti del mondo "craft".

Tutt'altra faccenda se ne valga la pena o no, posto che non sia facile intuire che etichette vengano spillate e posto che artigianale non sia automaticamente sinonimo di qualità. Ma un servizio in ogni caso apprezzabile, anche se va detto che anche nel nostro Paese le cose stanno rapidamente cambiando, pure a livello di grande distribuzione.

Sempre più catene, dalle grandi alle piccole, dedicano ormai scaffalature spesso importanti anche alle birre non industriali. I nodi sono altri, come il problema semmai di imbattersi in artigianali di scarsa qualità, oppure marchi impossibili da trovare per via di una distribuzione schizofrenica, o ancora guazzabugli culturali, come la contestata presenza di prodotti industriali che strizzano l'occhio all'universo delle birre artigianali.

lunedì 31 agosto 2015

Il wifi di casa non prende? Dategli della birra


Il wifi di casa non prende? Dategli della birra... O almeno così sostengono gli inventori di questa trovata: vale a dire, fate un po' di bricolage applicato a una lattina di birra e trasformatela in una sorta di "parabola" per amplificare il segnale delle antennine del vostro router. Insomma, se proprio non avete nulla da fare, o se il segnale della vostra linea wireless è davvero così messo male... beh, provateci.


venerdì 28 agosto 2015

Pubblicità: vietato dire che la birra è "digeribile"

Che nella pubblicità dei prodotti alimentari si possano veicolare solo informazioni del tutto accertate (del tipo "Ricco di vitamine", "Basso contenuto di zucchero", "Basso contenuto di grassi"), sembrerebbe un principio scontato. Ma la Corte Distrettuale di Ravensburg, in Germania, ha deciso a questo proposito di bacchettare la fabbrica di birra Härle, a Leutkirch, per una definizione controversa.

Alla birra si può accostare l'aggettivo "digeribile"? Questa la vexata quaestio. Ebbene, la Corte tedesca ha stabilito di no. La tesi è che uno slogan pubblicitario di questo tipo possa aver insito un messaggio ingannevole, che faccia insomma pensare a un qualche miglioramento dello stato di salute tale da incentivare il consumo d'alcol. Una sorte che in precedenza era per la cronaca toccata anche al vino.

mercoledì 26 agosto 2015

Negli Usa ci sono più fabbriche che producono "gose" che a Lipsia

Negli Usa ci sono più fabbriche che producono "gose" che a Lipsia. E' proprio così. Anzi, negli States (ma anche l'Italia non è sfuggita per diversi aspetti allo stesso fenomeno) pare che lo stile di origine tedesca sia diventato quest'anno addirittura la moda dell'estate.


Ed è in effetti una birra dall'attitudine "estiva", la gose. Frumento, sale, coriandolo e lattobacilli ne fanno una bevanda leggera e delicatamente acida al contempo. Ma spicca il numero (qualche centinaio) di realtà "craft" sul suolo americano che hanno deciso di mettere in produzione una loro interpretazione del tema.

Soprattutto rispetto alle sole due birrerie a Lipsia (la capitale delle gose), più una a Goslar (originaria patria dello stile) specializzate entro i confini teutonici a perpetuare una tradizione - ovviamente secondo la rigorosa legge di purezza del 1516 - che dal dopoguerra s'era via via smarrita e che ora è tornata prepotentemente in auge a livello globale.

martedì 25 agosto 2015

Artigianale californiana registra il marchio "Queen of beers" e Bud s'infuria

Che Budweiser si fregi del titolo di "King of beers" (anche se non è chiarissimo a quale titolo) è risaputo. Nessuno aveva però "osato" appropriarsi della versione al femminile dello slogan, almeno finora. Ci ha pensato Beverage Co. di Lancaster, California, produttore artigianale che qualche mese fa registrato all'ufficio brevetti statunitense il marchio "Queen of beers" per la propria birra "She".

Il colosso di proprietà della multinazionale Anheuser-Busch pare non l'abbia presa bene... Rosso in viso, il geloso "Golia" ha sguinzagliato i propri legali per ricorrere in giudizio: troppo simile, lo slogan - questa la tesi - in quanto i consumatori potrebbero creder d'acquistare una birra prodotta dalla famiglia Bud, invece che un'IPA dal basso grado alcolico (pensata appunto strizzando l'occhio al pubblico femminile) prodotta da una realtà artigianale... 

Pillole di surrealtà, insomma.

giovedì 20 agosto 2015

Coldiretti: vola la birra Italiana all'estero (+27%), soprattutto nel Regno unito

Volano le esportazioni di birra italiana all’estero con un aumento del 27 per cento in quantità nel 2015 rispetto all’anno precedente, con quasi la metà della spedizioni dirette nel Regno Unito dove nei pub si diffonde la presenza delle produzioni artigianali nostrane. E’ quanto emerge da  una analisi della Coldiretti sulla base dei dati Istat relativi i primi cinque mesi del 2015 nel sottolineare l'importanza del palcoscenico internazionale offerto da Expo


Si tratta di un risultato – sottolinea la Coldiretti - che si è progressivamente consolidato con le esportazioni di birra dall’Italia nel mondo che sono triplicate negli ultimi dieci anni, in netta controtendenza rispetto alla crisi. 

A sostenere le esportazioni è infatti anche il boom nella produzione artigianale di birra Made in Italy che quando sono l’evoluzione di aziende agricole rappresentano l'autentica espressione del Made in Italy. Oltre a contribuire all’economia la birra artigianale rappresenta anche – prosegue la Coldiretti - una forte spinta all’occupazione soprattutto tra gli under 35 che sono i piu’ attivi nel settore con profonde innovazioni che vanno dalla certificazione dell’origine a chilometri zero al legame diretto con le aziende agricole ma anche la produzione di specialità altamente distintive o forme distributive innovative come i brewpub o i mercati degli agricoltori di Campagna Amica. 

A sostenere la produzione italiana di birra ci sono poi le coltivazioni nazionale di orzo con una produzione di circa 860.000 tonnellate di orzo nel 2014 su una superficie complessiva investita di circa 226.000 ettari. Per quanto concerne la produzione di birra,  la filiera cerealicola unitamente al Ministero delle Politiche Agricole ipotizzano un impegno annuo di granella di orzo pari a circa 90.000 tonnellate. 

Da tempo Coldiretti ha stimolato, perseguito ed avviato la politica delle filiere corte del “Made in Italy” agroalimentare. Tale politica ha stimolato anche la nascita di talune iniziative progettuali nel segmento della birra artigianale o agricola avviando una nuova imprenditorialità costruita con l’impiego dell’orzo aziendale in un contesto produttivo a ciclo chiuso garantito dallo stesso agricoltore. 

In questa situazione di grande dinamicità, a supporto della trasparenza dell’informazione dei consumatori, è pero’ necessario - conclude la Coldiretti - qualificare le produzioni nazionali con l’indicazione obbligatoria in etichetta dell’origine, per evitare che vengano spacciati come Made in Italy produzioni straniere.

Birra: in Arizona al volante si può, ma solo se analcolica

C'è un bellissimo film che, fra tentativi d'evasione e situazioni surreali in un carcere (Le ali della libertà), racconta tra l'altro di come leggi e burocrazia nascondano spesso punti deboli di cui è facile approfittare. Se li si conosce, naturalmente.

Ora, cambiando inquadratura, avete presente la cinematografia americana e quel che succede quando un simpatico signore in divisa ferma un'auto e trova all'interno anche solo una bottiglia aperta di qualsiasi tipo di alcolico?

Apriti cielo. Fuoco e fiamme. Terremoto e traggedia (cit). Dovesse capitarvi, votatevi al santo protettore preferito: non è che vi sbattano in cella e gettino via la chiave, ma...

Ecco, tutto ciò a meno che non stiate sorseggiando una birra in Arizona. E attenzione che sia analcolica, mi raccomando. Già, perché la legislazione dello Stato del Grand Canyon ha una falla rispetto a tutti gli altri, che in pochi conoscono.


In pratica, la normativa in Arizona prevede sì che non si possa bere alla guida, né tanto meno tenere neppure una bottiglia aperta (anche senza berla) nell'abitacolo, ma parla di "liquore alcolico", ovvero di una bevanda con almeno 0.5 per cento di spirito in corpo. La birra analcolica, per le leggi dell'Arizona, è invece semplicemente una "bevanda analcolica", cioè con meno dello 0.5% di alcol. E quindi esula dalla ferrea normativa.

Ecco, ora potete anche andare in Arizona e tracannarvi birra analcolica a garganella seduti comodamente sulle poltrone della vostra Cadillac con corna di bisonte sul cofano.